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Quando l’identità di marca passa per la costituzione di un collettivo

Qualche giorno fa ho avuto un bell’incontro con quattro persone, ognuno con la propria storia alle spalle e con i propri schemi comportamentali, ognuno con una forte personalità, ma tutti assieme con la voglia di costruire qualcosa di grande, un insieme dentro al quale appartenere.

C’è un grande atto di coraggio nelle persone che vogliono investire in una cosa più grande di loro, un insieme dentro al quale appartenere, invece di qualcosa che ti appartenga. È una sitiazione diversa rispetto al classico imprenditore Deus ex machina, detto anche fasso tuto mi, con cui mi trovo quotidianamente a che fare.

Non è la prima volta che lavoro con sistemi a gruppo. Anche con questo tipo di aziende c’è un importante lavoro da fare sul tema identitario, che richiede un approccio e delle procedure adeguate.

Siamo partiti da un breve esame della condizione attuale, che li vede aggregati dentro al contenitore aziendale già esistente, ma l’immagine che li rappresenta maggiormente è quella di 4 binari che corrono paralleli, allineati si, ma anche sempre equidistanti uno dall’altro. Quattro professionalità indipendenti e che hanno poco a che spartire, agli occhi uno dell’altro, ma che hanno la necessità di comunicare la loro essenza, di distinguersi e di farsi notare in un mercato affollato e saturo.

Abbiamo chiarito che non sarà un tema semplice da affrontare e che ci vorrà del tempo per adottare un linguaggio comune e ad un argomento unificatore, che è il tema dell’entità.

La loro entità, un insieme di individui che condividono valori e obiettivi.

Nello sport questo concetto di entità si chiama squadra: un gruppo con obiettivo comune e una strategia condivisa per raggiungerlo. Nel business, però, l’analogia non è così immediata e semplice. Il tessuto socio-economico del Nord-Est ci ha abituati a sistemi “padronali” o aziende familiari, con dipendenti organizzati da poche persone, a volte da una sola, che prende ogni decisione ed ha un peso e una rilevanza importante, se non addirittura ingombrante, all’interno dei processi di scelta.

Ma in questo specifico caso non c’è un titolare effettivo, c’è invece un accordo par inter pares che scardina la gerarchia e le imposizioni del singolo sugli altri soggetti e richiede lo sviluppo di una sensibilità superiore, che sia orientata al bene comune. Questo tipo di entità superiore è ben espresso dal concetto di Collettivo.

Con il termine Collettivo chiamo in causa i movimenti artistici, solitamente composti da più persone che si dedicano alla realizzazione di una o più opere, nei quali è distintivo lo stile o lo scopo per cui vengono create le opere.
Il mio interesse per i collettivi artistici è verso la caratteristica più sorprendente che è la privazione del concetto di individuo, di singolo.

Quando sei collettivo non sei un insieme, sei un’entità.
Tu non esisti anche se ne fai parte.

Questo stato di coscienza è la via che permette di costruire per appartenere, ma senza possedere. L‘ostacolo più grande che limita di pensare in questi termini riguarda l’aspetto economico e di “quote” tra i soci, che di solito condiziona e compromette gli equibri tipici delle società di capitale.
Il lavoro da fare è quindi sulla capacità di individuare più livelli di analisi logica e di interpretazione, in tal modo è possibile usare più forme di linguaggio comune, che permettono di distinguere in che livello e con che profondità i vari pensieri vengono espressi da ogni membro del team.

Sembra solo l’inizio e in effetti sarà un lungo viaggio, ma poter discutere di questi argomenti con giovani imprenditori illuminati è un grande passo per me e mi auguro lo sia anche per il contesto di cui facciamo parte.

Per aspera ad astra!

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